Genio e “regolatezza” per eccellere nella ristorazione

Ultimo aggiornamento Scritto da Nello Acampora

Uno dei settori di eccellenza, nell’ambito del nostro made in Italy, è senz’altro quello della gastronomia e della ristorazione in generale. Da decenni andiamo sempre più fieri del nostro cibo, dei nostri prodotti genuini e di come – sapientemente – riusciamo a cucinare prelibatezze che tutto il mondo ci invidia.

Come in ogni famiglia professionale, anche in quella del cibo di ottima qualità esistono personaggi di alto profilo, chef assolutamente abili e degni di esportare il buon nome della ristorazione italiana nei cinque continenti.

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La banchiera dei giovani

Ultimo aggiornamento Scritto da Nello Acampora

È una storia molto edificante quella di Lily Lapenna, 31 anni, nata a Londra da padre romano e madre abruzzese. Bancario lui e imprenditrice lei. Lily è la fondatrice di MyBnk, una sorta di banca dei giovani, nata per incentivare al risparmio i ragazzi e rinvestire poi il denaro raccolto in microprogetti di business capace di generare redditi nella comunità stessa, stimolando competenze e autostima.

Dalle pagine di questo blog segnaliamo spesso casi di successo e creatività. Ci ha colpito la vicenda di questa giovane che – ha spiegato in un’intervista – durante le sue vacanze tra Roma e Teramo ha sempre respirato imprenditorialità e solidarietà. “I miei nonni erano il riferimento: uno di loro faceva l’avvocato gratis, per aiutare chi non poteva permettersi di pagare una parcella”.

Già alle scuole elementari e medie realizzava piccoli business scolastici: mercatini per raccogliere soldi e spedirli in Africa. Al liceo, invece, organizzava piccole produzioni teatrali. Finite le scuole, Lily si prende un anno sabbatico e va a lavorare in una zona rurale dello Zimbabwe, dove si butta a tempo pieno in progetti di prevenzione dell’Aids.

Tornata a Londra, si iscrive a un corso di laurea in Cooperazione allo sviluppo, con tanto di Erasmus a Napoli dove passa il tempo libero facendo volontariato con i bambini nei quartieri in mano alla camorra.

Dopo la laurea va in Bangladesh a creare una Ong, toccando con mano le potenzialità del microcredito e del cosa significhi dare risposte locali ai problemi locali. Poi, dal 2007 a Londra – con l’aiuto del Web – definisce il suo progetto. Raccoglie un finanziamento di quasi 20mila sterline e apre MyBnk: 35mila giovani coinvolti, dagli 11 ai 25 anni. 170 sportelli attivi tra scuole, associazioni e anche carceri minorili. Qualcosa come settemila progetti di business avviati con prestiti dalle 10 alle mille sterline.

Di questi tempi è rigenerante leggere storie come questa. Non è vero che i nostri giovani sono tutti “bamboccioni”. Non è vero che all’interno delle famiglie italiane non esista più la cultura dell’impresa e dell’interesse per gli altri. Questa ne è una bella testimonianza.

Spesso nei nostri corsi parliamo di valori e di passioni. Di elementi che contraddistinguono il nostro brand personale. Lily ha identificato la sua missione: ha ottimizzato il proprio talento per creare beneficio sociale. Ci ha lavorato sopra seriamente, ha portato in giro per il mondo la sua storia, attirando persone intorno a sé che l’hanno ammirata e presa a modello.

Si è conquistata rispetto e leadership perché sapeva dove andare e lo comunicava con chiarezza. E soprattutto si è messa in ascolto degli altri, delle loro idee, dei loro bisogni. Tutto questo è vincente, in ogni campo.

Complimenti a Lily!

Nello Acampora

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Ma l’arroganza paga davvero tanto?

Ultimo aggiornamento Scritto da Nello Acampora

In un ambiente di lavoro, il rapporto tra colleghi è una componente fondamentale. A prescindere se una persona svolga un’attività in team oppure si muova in maniera individuale, come nel caso di un venditore o di un professionista.

Dico questo perché credo che il clima aziendale positivo aiuti l’organizzazione del lavoro e la produttività in generale.

Un capo deve saper farsi accettare come leader, senza che questa venga imposta con l’arroganza o la prevaricazione. Una volta condivisi obiettivi e regole, ognuno deve poter “remare” nella direzione comune.

Stessa cosa tra impiegati o collaboratori che lavorano insieme, e che devono condividere un progetto, o più semplicemente un ufficio o un’area di lavoro. Diciamo che la simpatia – o perlomeno la gradevolezza – sono elementi funzionali a trascorrere del tempo insieme, specie con persone che non abbiamo scelto in prima persona.

Questa premessa per dirvi che mi lasciano un po’ perplesso i risultati di una ricerca che arriva da un’università americana dell’Indiana, dove si sostiene che per fare carriera – e guadagnare di più – è meglio essere arroganti e antipatici.

I dati (aggregando i risultati di interviste e sondaggi a più di 10mila dipendenti) indicano che in vetta alla classifica degli impiegati più premiati ci sono gli uomini odiosi, o quantomeno giudicati tali dai colleghi.

Gli antipatici e sgradevoli arriverebbero infatti a percepire un reddito superiore addirittura del 18,31 per cento rispetto alla loro controparte gentile.

E le donne? Se le signore “insopportabili” guadagnano mediamente il 5,47 per cento in più delle colleghe simpatiche e solidali, per esclusione significa che nello scalino più basso della carriera lavorativa si trovano le donne piacevoli e amabili.

In tutti i casi, la gradevolezza è una penalità, a conferma del luogo comune che rappresenta il vincente sul lavoro come un vero duro, poco umano, poco affabile e molto deciso.

Ho la sensazione, per esperienza diretta, che i tempi stanno cambiando e che forse i dati di questa ricerca (elaborata nel corso degli ultimi vent’anni) siano influenzati da stereotipi un po’ datati.

La comunicazione efficace, nelle vendite così come in qualunque ambiente di lavoro, è invece un ingrediente essenziale per il risultato finale. Essere garbati e rispettosi non significa diventare inadeguati o insicuri. Vuol dire semplicemente che il confronto – o la discussione lavorativa – avviene nell’ambito della cosa in sé, e non sulla sfera personale.

Dire a un dipendente, o a un collega, “sei un incapace” si porta dietro un presupposto sbagliato. Una persona può non essere capace a fare una singola attività, ma non vuol dire che sarà un incapace in senso generale. Le critiche e le osservazioni – meglio sempre se costruttive – vanno rivolte all’azione e non sul piano personale.

Per questo non credo che l’arroganza o la sgradevolezza – sul lavoro come nella vita – a lungo andare paghino così tanto. E voi che ne pensate? Qual è la vostra esperienza con colleghi un po’ antipatici?

Nello Acampora

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