La crisi e il passaggio generazionale

Scritto da Nello Acampora

La paura del domani, la disperazione personale in cui la crisi ha fatto precipitare imprenditori e lavoratori, sta mobilitando opinionisti e addetti ai lavori. Mi ha colpito il titolo di un articolo letto su un quotidiano: “Non vedono più il futuro. Così padri e imprenditori entrano in crisi di identità”. Insieme alle statistiche sul numero di suicidi per mancanza di lavoro – o per il fallimento della propria azienda – non sempre riesco a trovare sui mezzi di informazione un’analisi, anche breve, delle conseguenze di questo fenomeno nel nostro Paese.

Il fatto che la realtà italiana sia composta più che altro da piccole e medie imprese, porta ad avere contesti aziendali molto incentrati sulle relazioni personali e sui rapporti umani (e magari un po’ meno sulle procedure e sugli standard operativi). A mio avviso questo è insieme un vantaggio e uno svantaggio.

Da un lato, in tempi di crisi è importante poter contare sull’aspetto “caratteriale” della squadra che compone l’azienda: condividere infatti con i propri dipendenti le difficoltà e le soluzioni adottate, è pur sempre una risorsa importante che aiuta a sentirsi meno isolati. D’altra parte, però, è anche vero che allacciare rapporti troppo stretti con il proprio personale rende più difficile il dover prendere decisioni, a volte dolorose e necessarie.

Se guardiamo a uno degli ultimi casi di cronaca, dove un imprenditore sardo si è suicidato dopo aver licenziato due figli, ci rendiamo conto di quanto la situazione stia diventando critica. Purtroppo,poi, questi eventi tragici vengono emulati perché, come sostiene Robert Cialdini, nei suoi manuali sulla comunicazione persuasiva, il cosiddetto effetto di “riprova sociale” spinge le persone a emulare i comportamenti di massa. Suicidi compresi.

Il punto è che, nell’ambito delle imprese familiari, il passaggio generazionale è più facile in periodi di “vacche grasse”, quando un padre-imprenditore può permettersi di inserire in azienda anche i figli non propriamente eccellenti sotto l’aspetto della leadership. Viceversa, quando le cose vanno male come adesso, il figlio che subentra al genitore deve poter esprimere una competenza almeno maggiore. Altrimenti sarà il mercato a fare selezione.

Anzi, il fatto che certe aziende illustri del nostro made in Italy siano state “rovinate” da eredi non all’altezza dei sacrifici fatti dai predecessori, è un risvolto triste della crisi economica. Ecco perché a volte è più salutare passare la mano e vendere a persone più competenti nel settore.

Auguriamoci che questi cambiamenti in atto sullo scenario economico nazionale (e non solo) possano alleggerire un po’ questo retaggio molto italiano delle piccole imprese tramandate a tutti i costi ai propri figli. Figli che a volte sarebbero molto più realizzati ed eccellenti in mestieri completamente diversi da quelli dei loro genitori.

Nello Acampora



1 Commento

  1. La crisi e il passaggio generazionale   |  lunedì, 07 maggio 2012 a 10:36

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